Lifestyle/riflessioni

Il lupo deve morire

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Da qualche tempo a questa parte ho notato una fastidiosa inversione di tendenza nell’utilizzo dell’augurio scaramantico “In bocca al lupo!” a cui sta diventando usuale rispondere “Viva il lupo!” a discapito del proverbiale “Crepi! (sottinteso: il lupo)”.

Mi spiego la comparsa della risposta “Viva il lupo!” grazie alla società del “politicamente corretto” ad ogni costo, all’ottusa paura di mancare di rispetto a qualcuno o a qualcosa (senza discernere di cosa si tratti) tanto da avere una cieca sottomissione anche di fronte alle cose a cui dovremmo fortemente opporci.

Dice l’Accademia della Crusca interrogata sull’origine della formula in bocca al lupo:

“I dizionari consultati in merito sono concordi nell’attribuire alla locuzione In bocca al lupo! una funzione apotropaica, capace di allontanare lo scongiuro per la sua carica di magia.”

“In bocca al lupo!” arriva da un mondo certo lontano, da una realtà rurale che si contrappone a quella urbana dei tempi moderni o addirittura liquida del web ma è un passato che ci accompagna tutt’ora. Finire nelle fauci del lupo è trovarsi faccia a faccia con il pericolo più temuto: è dire a Davide che dovrà incontrare Golia, a San Giorgio che sentirà da vicino l’ardere del drago e via così in una serie di dicotomie Bene vs. Male.

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Nell’augurare a qualcuno di trovarsi nelle fauci del lupo, in quella archetipica discesa agli Inferi che affronteranno Enea, Ulisse, Dante ed altri personaggi che la letteratura ci ha raccontato, è implicito l’augurio di uscire illesi da quel pericolo e salvarsi dalla morte che appare in quel momento più che certa: affrontare la più grande paura che abbiamo e riuscire a sconfiggerla. Per questo si DEVE rispondere “Crepi il lupo!”, augurandosi che dei due sia esso a soccombere e non noi.

La paura di mancare di rispetto – verbalmente – ad una specie in via di estinzione ha appiattito quella presa di coscienza della nostra natura mortale, diventando un inno alla vita del lupo a discapito della nostra salvezza.

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Non raccontiamoci favole, è altamente improbabile che un lupo che ci ha tra le fauci decida di inneggiare con noi alla vita e ci lasci andare liberi, diventando nostro amico fraterno perché noi rispettiamo la sua natura di lupo. Proprio in quel rispetto per la sua natura sta tutto il senso di “Crepi il lupo!”, nel riconoscere al lupo la dignità di fiera a cui non avvicinarsi in prima istanza (proprio perché ne abbiamo un ossequioso timore reverenziale) ma in seconda battuta perché nell’ipotesi in cui l’incontro sia inevitabile dovrà concludersi con mors tua, vita mea. L’opzione “vita nostra” non è contemplata in un mondo selvaggio naturale, nella piramide alimentare non c’è posto per tutti e proprio per questo il posto che abbiamo va rispettato e difeso.

Ecco, quel “tutto” spaventa, anche solo verbalmente, anche solo nel pensiero. Non prendetela come un’apologia della caccia o dell’homo homini lupus di Thomas Hobbes ma solo una cosciente presa di posizione della necessità della propria sopravvivenza a discapito del soccombere.

Vorrei tanto vederli, questi paladini del “volemose-bene” linguistico, ansimare dalla paura tra le fauci di un lupo pronte a chiudersi sull’idiozia della loro ipocrisia linguistica. Ora che siete a un passo dalla fine, ancora convinti che quello che debba sopravvivere sia il lupo?

 

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